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Il costo della guerra in Iraq: 3.000.000.000.000 dollari

di Aida Edemariam

6 ottobre 2008

Spero di non aver dimenticato qualche zero. La notizia è vecchia, dell’aprile scorso, ma me l’ha rinfrescata il bollettino di Emergency.

Linda Bilmes e Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia) hanno fatto i conti in tasca al Governo USA per sapere quanto è costata e quanto costa la guerra in Iraq (il numerello nel titolo). E quali ricadute economiche avrà tutto ciò.
Se avete la vaga sensazione che la guerra in Iraq sia un disastro, siete degli ottimisti. Bush, con questa guerra, ha messo i pilastri per un disastro di dimensioni epiche, mondiali.


Il vero costo della guerra
Aida Edemariam
[6 Marzo 2008]

Nel 2005 un economista premio Nobel iniziò a dedicarsi diligentemente al compito di calcolare l’esatto costo della guerra irachena. Nel suo nuovo libro egli rivela in che modo decisioni di bilancio miopi, dissimulazioni e una guerra combattuta in mala fede finiranno col colpire tutti noi per decenni. Aida Edemariam incontra Joseph Stiglitz. (Fonte: The Guardian 28/02/08 - Traduzione L. Piccioni)

Un sole primaverile incostante riscalda il calcare neogotico del Parlamento e i crocchi di turisti che lo circondano, ma il caffè seminterrato di Millbank è buio e tranquillo e Joseph Stiglitz sembra come se non avesse dormito a sufficienza. Per due giorni ha parlato di continuo – alla London School of Economics, alla Chatam House, alle troupe televisive – e ora sta per volare a Washington per illustrare davanti al Congresso il contenuto del suo nuovo libro. Qualsiasi possano essere le loro perplessità – e ce ne saranno un po’ – i rappresentanti dovranno ascoltare perché saranno pochi gli autori del prestigio di Stigliz, Nobel per l’economia, universitario temprato da quattro anni nel Council of Economic Advisers di Bill Clinton e poi da tre anni nella World Bank (periodo nel quale ha sviluppato un’influente critica della globalizzazione), ad aver scritto un libro che ridefinisce in modo così drammatico i termini di analisi di una guerra in corso. The Three Trillion Dollar War rivela l’ampiezza con cui i suoi effetti sono stati – e saranno – avvertiti per molti anni da tutti: da Wall Street alle "high street" britanniche, dai civili iracheni ai piccoli mercanti africani.

A un certo punto del 2005 Stiglitz e Linda Bilmes, anche lei consigliera di Clinton, osservarono che la stima ufficiale del costo della guerra fino a quel momento fatta dal Congressional Budget Office era dell’ordine di 500 miliardi di dollari. Il dato era talmente basso da risultare inattendibile cosicchè i due decisero di indagare. Nel paper che scrissero insieme e pubblicarono nel gennaio 2006 la cifra era decisamente corretta verso l’alto, tra 1.000 e 2.000 miliardi di dollari. Anche questa stima, dice adesso Stigliz, era volutamente cauta: "Non volevamo sembrare degli stravaganti".

Cosa dissero dunque i Repubblicani? "Ebbero due reazioni" dice stancamente Stiglitz. "La prima fu quella di Bush che disse 'Non andiamo in guerra sulla base di calcoli fatti da contabili o economisti ossessionati dalle minuzie’. La nostra risposta fu 'Non si decide di dare una risposta a una Pearl Harbour sulla base di essi, ma quando c’è una guerra fatta per propria scelta dovete come minimo utilizzarli per essere certi che la coordinazione dei tempi sia giusta, che abbiate effettuato la preparazione necessaria. E dovete realmente fare i calcoli per vedere se ci sono strade alternative che possono essere più efficaci per raggiungere i vostri obiettivi. La seconda critica – che noi riteniamo valida – fu che avevamo considerato soltanto i costi e non i benefici. Il problema è che non vedevamo alcun beneficio. Dal nostro punto di vista non eravamo certi di quali potessero essere".

Stimolati, Stiglitz e Bilmes hanno scavato più a fondo e ciò che hanno scoperto dopo mesi di caccia a contabilità spesso deliberatamente oscure è che in realtà l’avventura di Bush in Iraq costerà agli Stati Uniti – e ai soli Stati Uniti – una cifra stimabile cautamente in 3 mila miliardi di dollari. Al resto del mondo, compresa la Gran Bretagna, la guerrà costera una cifra all’incirca analoga. Nel far questo Stiglitz e Balmer hanno ottenuto un risultato ben più importante di una stima, per quanto clamorosa: descrivendo il processo, dando il dettaglio dei singoli costi, elencando sobriamente le conseguenze di miopi decisioni di bilancio, essi hanno prodotto un quadro di malafede e di mistificazione complessiva la cui potenza emerge dai nudi fatti. Di alcune cose da loro scoperte avevamo già avuto sentore, di altre potevamo aver avuto qualche sospetto, ma altre sono del tutto inedite e messe insieme e contestualizzate il loro impatto è sbalorditivo. Saranno pochi a non pensare che, qualsiasi sia stata la ragione per andare in guerra, il suo procedere è stato moralmente inquietante e seguire la pista del danaro risulta essere un modo brillante per comprendere esattamente il perché.

Il mese prossimo gli Stati Uniti saranno in Iraq da cinque anni – più a lungo di quanto abbiano combattutto in ciascuna delle guerre mondiali. Le operazioni militari quotidiane (non contando, ad esempio, la futura cura dei feriti) sono già costate più di 12 anni in Vietnam e il doppio della guerra di Corea. Gli Stati Uniti stanno spendendo 16 miliardi di dollari al mese soltanto di costi correnti (quelli compresi nelle spese regolari del Dipartimento della Difesa) in Iraq e Afghanistan, il che equivale all’intero bilancio annuale dell’Onu. Grandi quantità di danaro sono andate disperse, ad esempio i ben pubblicizzati 8,8 miliardi di dollari del Fondo di Sviluppo per l’Iraq dipendenti dalla Coalition Provisional Authority e i milioni, meno pubblicizzati, ricadenti tra i fallimenti del Dipartimento della Difesa, il quale non ha passato nessuna delle revisioni contabili ufficiali degli ultimi dieci anni. Le finanze di tale dipartimento, basate su un sistema contabile impreciso per qualsiasi cosa più grande di una drogheria, sono infatti talmente inadeguate che è spesso impossibile sapere esattamente quanto si sta spendendo e per che cosa.

Ciò consente di fornire informazioni ingannevoli: nel gennaio del 2007 l’amministrazione stimava che la tanto vantata "ondata" sarebbe costata 5,6 miliardi di dollari, ma questa cifra era soltanto per le truppe combattenti e per quattro mesi: nessuna menzione veniva fatta per i 15-28.000 uomini delle truppe di complemento che avrebbero dovuto anch’esse essere pagate. Né le cifre ufficiali contabilizzano il costo dei pagamenti per i deceduti o le cure per i feriti, anche se il rapporto corrente feriti-morti, sette a uno, è il più alto della storia americana. Il Dipartimento della Difesa è inoltre reticente e ingannevole: la lista ufficiale delle vittime comprende soltanto i feriti in combattimento. Esiste, osservano Stiglitz e Bilmes nel libro, una "contabilità separata, difficile da rintracciare, dei soldati feriti durante operazioni non di combattimento come caduta di elicotteri, incidenti di addestramento, vittime di malattie (due terzi degli evacuati per motivi medici sono ammalati); coloro che non sono portati via con aerei, ad esempio chi è curato sul campo, puramente e semplicemente non viene contato. Stiglitz e Bilmes hanno trovato casualmente questa lista parziale; le organizzazioni di veterani hanno dovuto usare il Freedom of Information Act per poter ottenere i dati completi, una volta conosciuti i quali il rapporto tra feriti e morti sale a 15 a 1. Nei primi anni di guerra il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, responsabile per la cura dei feriti, ha operato con bilanci di prima della guerra e si è rovinosamente allargato; esso sta ancora liquidando un arretrato di richieste della guerra del Vietnam. Molti veterani sono stati costretti a rivolgersi alla sanità privata; anche quando il governo paga le cure e le indennità, l’onere della prova per averne diritto è sul militare e non sul governo. La cifra di 3 mila miliardi di dollari include quanto si dovrà pagare nei prossimi 50 anni in termini di indennità per morte e di cure per alcuni tra i feriti più gravi che i chirurghi militari abbiano mai visto.

Sempre a proposito di contesto, Stiglitz e Bilmes elencano ciò che si sarebbe potuto fare con uno di questi 3 mila miliardi di dollari: 8 milioni di abitazioni, 15 milioni di insegnanti di scuola, cure per un anno per 530 milioni di bambini, borse di studio universitarie per 43 milioni di studenti. 3 mila miliardi avrebbero potuto risolvere il problema della sicurezza sociale negli Stati Uniti per cinquant’anni. L’America, dice Stiglitz, spende attualmente 5 miliardi di dollari l’anno in Africa e si preoccupa della possibilità di esservi insidiata dalla concorrenza cinese: "Cinque miliardi corrispondono all’incirca a 10 giorni di guerra, cosicchè noi abbiamo un nuovo termine di paragone per riflettere su qualsiasi cosa".

Chiedo a Stiglitz quale delle scoperte è stata per lui più disturbante. Ride, senza allegria. "C’erano in realtà così tante cose molte delle quali sospettavamo, ma ce n’erano alcune cui davvero non arrivavo a credere". Il fatto, ad esempio, che un contractor che lavora come guardia del corpo prenda circa 400.000 dollari l’anno laddove un soldato ne prende circa 40.000. Che ci fosse una discrepanza si poteva prevedere ma non di queste dimensioni, o anche il fatto che siccome è molto difficile farsi assicurare per lavorare in Iraq è il governo a pagare i premi; oppure, ancora, che se questi contractor vengono feriti o uccisi il governo paga il massimo delle indennità sia di morte che di danno fisico. E’ chiaro che questa prassi, così come pure il fatto che l’esercito è così a corto di reclute che sta arruolando anche delinquenti condannati, ha costretto ad aumentare i premi di arruolamento. "In questo modo ci facciamo concorrenza da noi stessi. Nessuno ragionevolmente lo avrebbe fatto, ma l’amministrazione Bush lo ha fatto … non potevo crederci. E tutto ciò non è compreso nei costi dei dati ufficiali".

Poi c’è stata la scoperta che i premi di arruolamento sono erogati sub condicione: un soldato che viene ferito nel primo mese di servizio deve restituirli. O il fatto che "i militari, per ragioni comprensibili, sono responsabili del proprio equipaggiamento: se perdi l’elmetto lo devi ripagare. Se salti su una mina, te lo addebitano comunque". Un soldato è stato multato per 12.000 dollari nonostante avesse sofferto di un danno cerebrale massiccio. Alcune famiglie hanno dovuto acquistare dei corpetti antiproiettile ai loro figli risparmiando al governo dei costi di breve periodo; chi è troppo povero per permetterselo va incontro ferite che il governo dovrà pagare in seguito. Inoltre si può ricordare come non è stato che nel 2006, quando Robert Gates ha sostituito Donald Rumsfeld come Segretario alla Difesa, che il Dipartimento ha accettato di sostituire gli Humvees con veicoli resistenti agli agguati con esplosivi; fino a quel momento tali ordigni hanno ucciso 1.500 soldati statunitensi. "Questo comportamento meschino, sparagnino, è stato veramente incredibile".

Da un certo punto di vista Stiglitz non è però poi così sorpreso in quanto tali decisioni sono coerenti con la totale miseria intellettuale dell’amministrazione Bush. L’approccio generale, afferma, è stato "un confuso mescolone di garanzie per le grandi imprese, sostegno statale alle stesse e teoria economica del libero mercato non basato su alcun sistema coerente di idee. E questo strano tipo di patchwork ha dato un notevole contributo al fallimento iracheno". Ci sono ragioni già ben dimostrate: l’ignorare i processi democratici internazionali nel momento in cui ci si fa paladini della democrazia o spingere sulle liberalizzazioni prima che l’Iraq fosse pronto. Stiglitz arrivò a comprendere quest’ultimo punto quando cominciarono ad arrivare messaggi di posta elettronica dell’Usaid che si lamentavano del fatto che il Tesoro facesse ostruzione. "Dicevano: 'Potete aiutarci? Noi stiamo cercando di far decollare le imprese ma il Tesoro restringe il credito e la conseguenza è che in Iraq non c’è danaro".

Poi naturalmente c’è l’insistenza dell’amministrazione sugli "appalti per fornitore unico" che hanno ad esempio garantito imponenti e pluriennali contratti ad Hallyburton invece di sottoporli alla migliore offerta. "Un universitario potrebbe dire 'come potete essere sostenitori del libero mercato e al tempo stesso chiedere contratti per fornitore unico?’" – si chiede ora pacatamente Stiglitz – ma non è questo il tipo di domande che si pone l’amministrazione attuale. Sappiamo abbastanza degli eccessi degli appaltatori, ma Stiglitz e Bilmes sono interessati soprattutto agli effetti di tali eccessi, effetti che sembrano essere stati particolarmente negativi. Gli ideali del libero mercato vanno naturalmente applicati in Iraq, anche se magari non all’Hallyburton che ha ricevuto contratti da fornitore unico anche da 19,3 miliardi di dollari, cosicchè il responsabile della Coalition Provisional Authority, Paul Bremer, ha abolito molte tariffe sulle importazioni e attenuato le tasse sulle grandi imprese e sui redditi. Come era prevedibile, questi provvedimenti hanno portato a uno frazionamento generalizzato delle attività e hanno esposto le imprese irachene alla concorrenza internazionale con la chiusura di molte di loro e la disoccupazione che ne è conseguita. ("I benefici delle privatizzazioni e del libero mercato nelle economie in transizione sono naturalmente discutibili", scrivono Stiglitz e Bilmes nel loro libro; un vero modello di moderazione visto che Stiglitz è famoso per aver dimostrato il danno subito dai paesi poveri nel suo Globalisation and its Discontents del 2002 e per aver perso il suo posto alla Banca Mondiale a causa del fatto che aveva esplicitamente posto tale questione come argomento principale del libro). Molti lavori per la ricostruzione, in analogia con la legislazione statunitense sulle commesse militari, sono andati a costose aziende americane piuttosto che ad economiche imprese irachene, con ulteriore spreco di risorse (un lavoro di verniciatura, ad esempio, costato 25 milioni di dollari mentre se ne potevano spendere 5); per tenere bassi i costi e ampliare i profitti queste imprese statunitensi hanno importato lavoro a poco prezzo da paesi come il Nepal nonostante che arrivati a questo punto un iracheno su due fosse disoccupato.

Tutto ciò non è dunque, dice Sitiglitz, pura ideologia neocon all’opera: "Ideologia della convenienza è senz’altro una definizione più appropriata". Un’ideologia illustrata anche più chiaramente da un’altro fatto che Stiglitz trova incredibile e cioè che Bush abbia continuato a tagliare le tasse mentre andava in guerra. Una mossa, agli occhi di Stiglitz e Balmes, veramente subdola. Innalzare le tasse e fare ricorso alla retorica del sacrificio condiviso utilizzata durante le due guerre mondiali avrebbe ad esempio reso i cittadini statunitensi più consapevoli di quanto la guerra stava costando loro e avrebbe anticipato i tempi della nascita di una opposizione ad essa. La soluzione è stata quella di prendere il denaro a prestito all’interesse di un paio di centinaia di miliardi di dollari l’anno che, al 2017, avranno aggiunto ai costi di guerra qualcosa come altri mille miliardi di dollari. Questo governo se ne andrà tra nove mesi; le amministrazioni (e le generazioni) che verranno saranno quelli che li pagheranno.

Stiglitz e Balmes sostengono che al contempo la Federal Reserve si è fatta complice di questo depistaggio in quanto essa "ha tenuto i tassi di interesse più bassi di quanto non avrebbe fatto in condizioni normali e ha guardato dall’altra parte come se gli standard del prestito si fossero abbassati, cosa che ha incoraggiato le famiglie a indebitarsi e a spendere di più". Secondo questa ricostruzione Alan Greenspan ha incoraggiato la gente a contrarre mutui a tasso variabile nonostante per la prima volta dai tempi della Depressione i risparmi delle famiglie fossero andati in rosso. I singoli si accollavano un debito mai visto nel momento stesso in cui una lunga bolla immobiliare li faceva sentire ricchi e meno interessati alle avventure internazionali. Uno scenario che si è riflettutto anche da questa parte dell’Atlantico.

Come ora sappiamo tutto ciò non poteva andare avanti, in parte a causa di un effetto ulteriore della guerra. Quali che siano state le motivazioni per giustificare il bombardamento di Baghdad, il risultato non è stato certamente il petrolio a basso costo. Di fatto negli ultimi cinque anni il prezzo del petrolio è balzato da 25 a 100 dollari al barile: risultato eccellente per le imprese petrolifere e per i paesi produttori di petrolio i quali sono, insieme ai contractors, i soli beneficiari di questa guerra, ma solo per loro. Un calcolo effettuato sulla base dei futures spinge Stiglitz e Bilmes a ritenere che una parte consistente di tale balzo sia direttamente conseguente dalle distruzioni e dalle instabilità causate dalla guerra in Iraq. La sola ascesa del prezzo del petrolio è costata agli Stati Uniti, che importano circa 5 miliardi di barili l’anno, una spesa extra annuale di 25 miliardi di dollari; con una proiezione al 2015 abbiamo un extra di solo petrolio pari a 1.600 miliardi di dollari nel periodo. Di fronte a tutto ciò il recente pacchetto di stimolo alla domanda di 125 miliardi di dollari è, per usare l’espressione di Stiglitz, "una goccia nel secchio".

Prezzi del petrolio più alti hanno un effetto sui bilanci delle famiglie, delle città e degli stati; essi comportano anche una caduta del Prodotto nazionale lordo degli Stati Uniti. Quando alla fine, per reazione, i tassi di interesse crescono centinaia di migliaia di proprietari di case si ritrovano incapaci di continuare a pagare, scatenando così lo tsunami tossico dei mutui non pagati che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo della recessione e ha abbattuto la Northern Rock con tutte le conseguenze che ciò ha a sua volta comportato per i proprietari di casa e per le banche britanniche.

In tal modo, sostengono Stiglitz e Bilmes, qualsiasi idea secondo la quale la guerra vada bene per l’economia è un mito. Un mito convincente, naturalmente, e che in alcuni specifici casi come la seconda guerra mondiale può essere sembrato vero ma si deve tenere in considerazione il fatto che nel 1939 gli Stati Uniti e l’Europa erano depresse: sul mercato era disponibile qualsiasi genere di offerta ma la gente non aveva soldi per comprare alcunchè. Costruire armi significò posti di lavoro, più gente con più reddito a disposizione e così via, ma le economie occidentali di pace dei nostri tempi sono economie che rasentano la piena occupazione e in questo contesto, per dirla con Stiglitz e Bilmes, "danaro speso in armamenti è denaro buttato nel cesso". Meglio investire in educazione, infrastrutture, ricerca, salute e goderne i frutti nel lungo periodo.

Ma anche qualsiasi idea che la guerra possa essere disgiunta dall’economia è ingenua. "Molti non si aspettavano che l’economia potesse rimpiazzare la guerra come massimo fuoco di interesse delle elezioni statunitensi – dice Stiglitz – in quanto la gente non si aspettava che l’economia si potesse rivelare debole come si sta rivelando. Cosicchè uno degli argomenti centrali del libro è che in questa campagna elettorale non abbiamo due questioni principali e distinte, ma una soltanto. O quantomeno ne abbiamo due che però sono molto, molto strettamente collegate".

E ad essere in questione non è la sola economia statunitense ma quella mondiale. Le migliaia di miliardi che il resto del mondo ha dovuto sopportare comprendono naturalmente l’economia irachena in frantumi, le decine di migliaia di morti iracheni, il prezzo addossato ai paesi vicini che devono assorbire migliaia di rifugiati, i morti e i feriti della coalizione (prima della guerra Gordon Brown aveva messo da parte 1 miliardo di sterline; alla fine del 2007 i costi delle sole operazioni di guerra in Iraq e Afghanistan erano di 7 miliardi di sterline e continuano a crescere). Ma secondo Stiglitz e Bilmes il prezzo crescente del petrolio ha anche significato che il costo per le economie industriali importatrici di petrolio dell’Europa e dell’Estremo Oriente è ora di circa 1.100 miliardi di dollari mentre per i paesi in via di sviluppo esso è stato devastante. Essi citano uno studio dell’Agenzia internazionale per l’energia che ha analizzato un campione di 13 paesi africani e ha scoperto che i crescenti prezzi del petrolio hanno "avuto l’effetto di abbassare il reddito medio del 3%, più che annullando così tutti gli aumenti in aiuti che hanno ricevuto negli anni più recenti e di preparare il terreno per un’altra crisi di questi stessi paesi". Stiglitz è divenuto famoso, tra le altre cose, per aver criticato l’uso fatto dagli Stati Uniti della globalizzazione come se fosse un randello e ora dice risolutamente: "Si, questa è una conseguenza dell’essere in un’economia globale: fai un’errore di queste dimensioni e ciò finisce con l’influire sulla vita della gente in tutto il mondo".

Le migliaia di miliardi di dollari, inoltre, da qualche parte sono dovuti pur venire. Stiglitz dice che dato che negli Stati Uniti "il tasso di risparmio è zero, questo vuol dire che bisogna finanziare la guerra prendendo i soldi a prestito dall’estero. E’ così che la Cina sta finanziando la guerra americana". Gli Stati Uniti operano di fatto ad un tale livello di deficit che non hanno il danaro per tirare fuori dai guai le sue stesse banche e siamo costretti a cedere una gran quantità di quote del nostro patrimonio. Può avvenire così che i maggiori azionisti di Citibank (che sarebbe meglio chiamare MidEast bank) sono oggi mediorientali". Ciò crea un precedente in termini di dipendenza e "indifferentemente dal fatto che diveniamo dipendenti dal danaro del Medio Oriente guadagnato col petrolio o dalle riserve cinesi, è di questa dipendenza che la gente dovrebbe preoccuparsi. Questo è un mutamento epocale: la quantità di danaro preso a prestito negli ultimi otto anni, il massimo da quando questa politica iniziò con Reagan, ha cambiato la posizione economica degli Stati Uniti nel mondo".

A parte la guerra, chiedo, pensa che un particolare tipo di mercato deregolato sia al tramonto? "Si. Penso che chiunque creda che le banche sappiano ciò che fanno debba andare da uno psichiatra. E’ evidente che i mercati deregolati hanno condotto a questo rovescio economico e a problemi sociali enormi". Insieme alla guerra chiunque erediterà la Casa Bianca dovrà affrontare una crisi di proporzioni epiche. In che direzione andranno? "Il modo giusto di impostare il dibattito – afferma Stiglitz – è che gli americani devono dire 'anche se rimaniamo anche solo per altri due anni si spendono 12 miliardi di dollari al mese sul fronte iracheno, ciò costa un’altro 50% in spese sanitarie e disabilità portando la spesa complessiva a 18 miliardi di dollari al mese il che per altri 24 mesi vuol dire altri 500 miliardi di dollari in due anni senza contare i costi economici, i costi complementari, i costi sociali, quindi limitandoci ai soli costi ufficiali di bilancio interessi non inclusi; ecco bisogna dire se è questo il modo in cui vogliamo spendere 500 miliardi di dollari. Ciò renderà gli Stati Uniti più forti? Ciò renderà il Medio Oriente più sicuro? Ma alla fine: è questo il modo in cui vogliamo spendere?"

Assai meglio, suggerisce Stiglitz, andarsene rapidamente e in modo dignitoso e spendere una parte di questa cifra per aiutare gli iracheni a ricostruire il loro paese e il resto per investire sull’economia statunitense e per rafforzarla in modo tale che essa possa conservare la propria indipendenza e possa almeno avere i mezzi necessari per giocare un ruolo responsabile nel mondo. Il libro si conclude con una lista di 18 provvedimenti specifici che hanno origine nelle scoperte di Stiglitz e Bilmes e che ruotano attorno al problema di come finanziare e condurre una guerra da ora in poi (dipendere ad esempio non da fondi e prestiti di emergenza bensì su tasse aggiuntive in modo tale che gli elettori sappiano esattamente cosa stanno pagando e possano votare di conseguenza). Nonostante Barack Obama lo abbia contattato per proporgli di fare il consigliere presidenziale nel caso vincesse le elezioni, Stiglitz afferma: "non ho più l’età in cui avrei desiderato essere a Washington a tempo pieno. Sarei interessato ad aiutare a costruire il quadro delle questioni generali e soprattutto quelle associate al riposizionamento degli Stati Uniti nel nuovo mondo globale e al ristabilimento dei legami con i paesi che sono stati così gravemente danneggiati dall’amministrazione Bush".

Facendo l’avvocato del diavolo gli obbietto che fare il calcolo dei costi in questo modo e che consigliare il ritiro potrebbe essere visto come un incoraggiamento per gli Stati Uniti a tornare all’isolazionismo. "No. I credo che un’osservazione di questo tipo sia sostanzialmente sbagliata. Il problema in Iraq è che è stata una guerra sbagliata, a partire dalle questioni sbagliate. Obama è stato molto bravo nel sottolinearlo quando ha detto 'non sono contro la guerra, sono solo contro la guerra stupida". Io la penso allo stesso modo. Mentre eravamo preoccupati al riguardo alle armi di distruzioni di massa che in Iraq non c’erano, quelle stesse armi venivano costruite in Corea del Nord. Per usare un’espressione americana, abbiamo tolto l’occhio dalla palla, abbiamo guardato altrove. E mentre stavamo combattendo in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan la situazione è peggiorata, così siccome stavamo combattendo battaglie che non potevamo vincere abbiamo perso battaglie in cui avremmo potuto riuscire". La scoperta che queste battaglie perse comprendevano una sanità migliore per milioni di americani, un’economia mondiale più sana e robusta, un’Africa più indipendente e in salute e un Medio Oriente più stabile sembra meritevole di una rimacinatura di numeri fatta da contabili piccoli piccoli.

In cifre

  • 16 miliardi di dollari
    Costi correnti mensili delle guerre in Iraq e Afghanistan nel bilancio ordinario del Dipartimento della Difesa.
  • 138 dollari
    Spese mensili di ogni famiglia americana per i costi correnti e ufficiali della guerra.
  • 19,3 miliardi di dollari
    Massimo singolo contratto di fornitura ottenuto da Hallyburton.
  • 25 miliardi di dollari
    Costo annuale della crescita del prezzo del petrolio, conseguenza anch’essa della guerra in Iraq.
  • 3 mila miliardi di dollari
    Cauta stima del costo reale per i soli Stati Uniti dell’avventura di Bush in Iraq. Il resto del mondo, Gran Bretagna inclusa, ha sopportato un costo all’incirca analogo.
  • 5 miliardi di dollari
    Costo di 10 giorni di guerra in Iraq.
  • Mille miliardi di dollari
    Gli interessi che gli Stati Uniti dovranno pagare fino al 2017 sul danaro preso in prestito per finanziare la guerra.
  • 3%
    La caduta media in termini di Prodotto nazionale lordo di 13 paesi africani come diretto risultato della crescita del prezzo del petrolio. Tale caduta ha più che annullato l’effetto del recente aumento di aiuti esteri verso l’Africa.

Stiglitz Joseph and Linda Bilmes, The Three Trillion Dollar War, Allen Lane, 2008



:: Article nr. s8520 sent on 06-oct-2008 22:39 ECT

www.uruknet.info?p=s8520

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